12 dicembre 16 - LA PASSIONE DELLA CORSA FA BENE, ANCHE AGLI ALTRI!

Dopo una vita trascorsa sui campi di basket una dozzina di anni fa Rodolfo Lollini ha scoperto la corsa che è diventata la sua grande ed unica passione: «Quando ho completato la prima maratona ho provato una sensazione indescrivibile ed ho pianto per la gioia immensa».
Nel basket ha ricoperto tutti i ruoli: giocatore, arbitro, allenatore, dirigente e poi, circa dodici anni fa, ha abbracciato, anzi, «sposato il running».
Dalle pagine del web magazine Podisti.Net, del quale è redattore, racconta le sue esperienze, cerca di fornire ai lettori e agli appassionati informazioni, consigli e suggerimenti rispetto alle gare nazionali ed internazionali.

Rodolfo è un maratoneta che corre con entusiamo e, soprattutto, per fare del bene: da oltre dieci anni sostiene alcuni dei bambini aiutati dalla nostra Fondazione nelle missioni salesiane dell'Etiopia!
Ma ora vuole fare di più. Oltre a «massacrare scarpe, inzuppare canottiere e stravolgersi dalla fatica», Rodolfo ha concentrato la propria energia in due grandi progetti, assolutamente e strettamente legati l'uno all'altro.
Un libro intitolato «Gran Criterium Internazionale» e un iniziativa benefica denominata «Progetto Health Center for Abobo, Etiopia» promosso dalla nostra Fodazione.

Riportiamo qui di seguito alcuni stralci della lunga intervista che Rodolfo Lollini ha rilasciato al settimanale locale Settegiorni dopo la presentazione del suo libro nella città di Bollate.

La corsa, dicono, è un "demone" che ti scatta dentro e non ti abbandona più. Come, quando e perché si è materializzato tutto ciò?
«In realtà, mi è sempre piaciuto correre, un'attività che praticavo volentieri anche nei ritiri precampionato, così mentre molti miei compagni di squadra sbuffavano per la noia della preparazione atletica, io mi divertivo nell'inanellare innumerevoli giri di campo. Così, visto che un chilometro tira l'altro, già negli anni settanta partecipai ad un paio di "Stramilano" da 20 km e per tantissimo tempo, un po' per abitudine, un po' per mancanza di tempo la "mezza" è stata la mia distanza preferita».
Dopo il "battesimo" della maratona, lei rinasce a nuova vita abbracciando la corsa in tutte le sue forme. Pure quelle più disparate ...
«Essere un "finisher" alla maratona è stato come aver spalancato le porte alla curiosità. Dopo quell'esperienza ho scelto di provare a gareggiare, ovviamente preparandole, nelle distanze più diverse: dai 400 metri alla "100 chilometri del Passatore". Dentro in questi 99.600 metri ho messo di tutto in tutte le specialità, anche quelle considerate più strane: pista, pista indoor, strada, cross, montagna, grattacieli, gare singole o a squadre, in Italia o all'estero. Amo visceralmente le gare minori, quelle in cui sono cresciuto, ma col passare degli anni ho alzato, e non di poco, la mia asticella partecipando alle massime competizioni: campionati italiani, europei e mondiali master. Segnalo che qualche titolo o medaglia nei campionati regionali master Fidal sono anche riuscito a vincerla».
Quanti allenamenti la settimana e quale, se c'è, il luogo del cuore per correre?
«Mi alleno cinque volte la settimana compresa l'eventuale gara, ma senza sforzi massimali perché la "carrozzeria" ormai è logora e, alla fine, deve tenere per i circa 6.000 km all'anno che percorro sia a piedi, sia in bicicletta. Il luogo preferito, tra l'altro mia fonte d'ispirazione principale del libro, è il canale scolmatore da Cornaredo ad Abbiategrasso».
Gara più dura?
«Pensavo fosse la mitica "100 chilometri del Passatore", ma dopo averla provata giuro che non c'è nulla di più massacrante della "Monza-Resegone". Una gara che si corre in terzetto e i due miei compagni erano più giovani di me di quindici anni e ovviamente più allenati. Poi perchè, arrivati al rifugio in vetta al resegone, non c'era posto nemmeno in piedi e quindi dopo oltre 4 ore abbondanti di corsa sono dovuto subito riscendere fino ad Erve immerso nel buio e con la pioggia che rendeva scivoloso il sentiero. Essere qui a raccontarla ha del miracoloso».
E, adesso, i veri argomenti: libro e solidarietà ...
«Si tratta di un libro sulla corsa, ma non si tratta di uno dei soliti manuali tecnici pieni di cifre, tabelle e schede di allenamento o, peggio, di una noiosa autobiografia. Si tratta invece di un racconto, quindi godibile dagli appassionati di running e anche dai non addetti ai lavori che si dipana con toni romanzati parlando di episodi di fantasia, ma elencando anche le malefatte, quelle sì tremendamente vere, cui ho assistito nelle tantissime gare cui ho partecipato. Un libro di cui ho autofinanziato la pubblicazione e tutto quanto riuscirò a raccogliere andrà a scopo benefico al Progetto Health Center dell'Opera Don Bosco che opera ad Abobo, in Etiopia».
L'Africa è grande e molto bisognosa, perché proprio l'Etiopia?
«Per amore della corsa perché l'Etiopia è una terra di grandi mezzofondisti e maratoneti, nonché un paese che noi italiani conosciamo bene per avervi compiuto dei misfatti al tempo del colonialismo. Quindi, se può essere letta anche in questa maniera, i proventi ricavati dal libro potrebbero essere una sorta di riparazione. Magari tardiva, ma sincera».
Infine, quali considerazioni sul "Progetto Health Center, Abobo, Etiopia?
«Il progetto prende il via dall'idea della dottoressa Maria Teresa Reale, originaria di Sesto San Giovanni, che da circa vent'anni presta servizio a favore dei più poveri in Etiopia. Insieme ad altri medici volontari la dottoressa Reale gestisce l'Health Center di Abobo. Con uno staff medico e altri 50 membri tra sanitari e tecnici l'Health Center di Abobo fornisce cure e attenzioni a oltre 200.000 abitanti dislocati nella zona o afferenti da altri distretti, dove il servizio sanitario non è adeguato o sufficiente.
L'obiettivo del gruppo è quelo di spogliarsi dal ruolo di protagonisti dell'azione medico-sanitaria diretta, indossando le vesti di formatori. La pretesa non è quella di generare medici in poco tempo, ma di seminare esperienze, conoscenza e competenze, sperando che queste facciano germinare capacità di autonomia in futuro. Ispirata al pensiero educativo di San Giovanni Bosco, la Fondazione Opera Don Bosco Onlus nasce per sostenere progetti socio-educativi e per aiutare le popolazioni colpite da calamità da calamità naturali e da emergenze sanitarie. La sua presenza sostiene il lavoro dei Salesiani che portano la loro opera dove c'è più bisogno di aiuto in Italia e nel mondo. Oltre ai vari progetti la Fondazione promuove un programma di sostegno a distanza.
Abobo si trova nel Gambella National Park, in Etiopia, una nazione che sta affrontando sfide importanti in ambiti cruciali come la sanità e l'istruzione e vive una situazione di grande difficoltà poiché il 38,7% delle persone vive sotto la soglia della povertà e il 34,6% dei bambini sotto i 5 anni è sottopeso».
Quali le indicazioni per avere il libro?
«Il volume che per le sue finalità spero possa riscuotere interesse si può avere semplicemente mandando un ordine a: rodolfo.lollini@podisti.net».

Da parte della Fondazione Opera Don Bosco e dell'Abobo health Center non possiamo che dire: «
GRAZIE RODOLFO»!!!