05 luglio 17 - Storie di morte e di vita da Bukavu - Repubblica Democratica del Congo

Don Piero Gavioli, Salesiano Missionario a Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo, è originario della Provincia di Modena, ha maturato la sua vocazione salesiana e missionaria nell'Ispettoria Salesiana Lombardo Emiliana.

Don Piero ci scrive qualche storia legata a questa terra africana, non solo per tenerci aggiornati, ma anche per ringraziare i tanti benefattori della Fondazione che con le proprie donazioni contribuiscono ad aiutare il Centro Don Bosco di Bukavu.

 

«Carissimi Amici e Benefattori,

nel loro messaggio del 13 maggio scorso, i Vescovi del Nord e Sud Kivu, membri dell’Assemblea Provinciale Episcopale di Bukavu, hanno denunciato ancora una volta l’insicurezza che "persiste un po’ dovunque in varie forme che vanno dal banditismo comune alla violenza programmata per scopi politici ... L’insicurezza perpetua la povertà, provoca lo spopolamento delle campagne e in tal modo contribuisce alla urbanizzazione incontrollata accompagnata da impoverimento e promiscuità. I bambini di strada sono in aumento in numero allarmante". Scopriamo tutti i giorni a Bukavu e nella campagna circostante, le conseguenze di questa situazione. Non parliamo di casi, ma di bambini che ne sono vittime innocenti.

Per questo motivo ho voluto raccontarvi, con il contributo di Lydie Masoka, salesiena cooperatrice, e Bienvenu Karume, assistente sociale, alcune storie di ragazzi della nostra terra, per aiutarvi a comprendere quanto qui tutto sia precario, soprattutto per i più piccoli, poveri ed indifesi.

 

STORIE DI BAMBINI DI MITI

Miti è un grande villaggio a una ventina di chilometri da Bukavu.

 

Tre bambini

Un uomo, padre di cinque figli, di cui gli ultimi due morti in tenera età, spinto dalla miseria, parte in cerca di lavoro, lasciando la moglie incinta di tre mesi. Non dà notizie. Quando arriva il momento del parto, la donna va al dispensario del villaggio. Qui scoprono che il bambino è in una posizione anomala, è necessario trasferire la madre in un ospedale più attrezzato. Si deve cercare un mezzo di trasporto, all’ospedale chiedono di pagare prima una cauzione che la donna non ha. Quando un medico finalmente se ne occupa, il bambino è già morto, e la madre muore durante il cesareo che il medico cerca di praticare. Nel villaggio, i tre bambini orfani di madre e abbandonati dal padre, sono raccolti dalla nonna, che è anziana e malata e non ha più la forza di prendersene cura (ci dicono che è morta anche lei). I bambini tra i 7 e i 10 anni, sembrano molto più piccoli, mostrano segni di malnutrizione cronica. Non sono mai andati a scuola. Quale sarà il loro avvenire?

 

Bora

Bora è una giovane donna di 28 anni. Sua madre è morta di parto. Lei è stata allevata dalla moglie di suo zio paterno, che Bora aveva sempre creduto essere la sua vera madre. Quando ha 12 anni, Bora scopre la verità durante una lite con la matrigna, che le dice senza mezzi termini: “non sono io che ho ucciso tua madre”. La matrigna le dice pure: “sei abbastanza grande per badare a te stessa”. Bora non riceve più soldi per i vestiti e la toeletta. Chiede allora aiuto a suo padre, che le dà il minimo necessario. Suo zio continua a pagarle la scuola. Quando è promossa all’esame di maturità, Bora va a vivere da suo padre, che nel frattempo si è risposato. Là si innamora di un ragazzo che le promette il matrimonio. Quando Bora si accorge di essere incinta, il promesso sposo scompare. Lei torna allora a casa di suo zio, dove dà alla luce un piccolo Davide. Ma le dispute con la matrigna si moltiplicano. Quando David ha tre anni, Bora va a vivere a casa di una ex compagna di classe, sposata. Il marito di questa inizia a corteggiarla. Bora per non mettere in pericolo il matrimonio della sua amica, va a vivere a casa di una vicina. All’inizio aveva un piccolo capitale che le permetteva di rivendere qualcosa al mercato. Una malattia di David le fa perdere il capitale e Bora sprofonda nella miseria. Oggi David ha 8 anni, Bora sembra più vecchia della sua età. Non è in grado di mantenere, né lei né il suo bambino. David non è mai andato a scuola: ci andrà un giorno?

 

Una famiglia di Miti

Papà vende unità telefoniche, mamma vende frutta e verdura al mercato di Miti. Hanno 8 bambini, 5 femmine e 3 maschi, dai 4 mesi ai 15 anni. È una famiglia stabile che sa arrangiarsi nella vita. Tutti i bambini in età scolastica vanno a scuola. Papà paga anche gli studi di quattro suoi fratelli più piccoli.

Una sera di marzo 2017, dei banditi armati forzano la porta di casa. Chiedono di dar loro tutti i soldi. La mamma grida per chiedere aiuto, i banditi sparano, uccidono la donna e feriscono il papà al braccio destro, poi scappano con tutti i soldi. Papà viene trasportato all’ospedale dove non riescono a curare le ossa fratturate. È uscito di recente dall’ospedale, sarà per sempre disabile, incapace di lavorare. La famiglia fa fatica a trovare da mangiare. Gli zii materni si sono presi cura dei bambini, ma riescono a pagare le tasse scolastiche solo dei due maschi più grandi. Le femmine vengono sacrificate. Cosa diventeranno?

 

I pigmei Bambuti

I pigmei sono i più antichi abitanti della nostra regione. Vivevano nella foresta dove trovavano di che vivere. Quando hanno creato il Parco Nazionale di Kahuzi Biega, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, i pigmei sono stati espulsi senza nessuna misura di accompagnamento o di indennizzo. Si sono rifugiati nei villaggi dei territori rurali di Kabare e altrove. Sono stati costretti ad adottare una lingua diversa e un modo diverso di vita: di fatto, sono stati marginalizzati, i loro diritti all’istruzione, alla libertà di movimento, di espressione delle loro scelte politiche, sono molto ridotti. Una soluzione possibile: aiutare i bambini Bambuti ad andare a scuola in modo che un giorno uno di loro possa emergere come portavoce dei loro diritti e promuovere la loro integrazione sociale. Accadrà mai?

 

Mwana Bwato

Per aiutare i bambini Bambuti e in generale i bambini vulnerabili di Miti, Lydie ha fondato con alcuni amici l’Associazione Mwana Bwato (“il bambino e la piroga”). Spiega: se ci prendiamo cura del bambino come di una piroga, il bambino svilupperà le sue qualità, potrà attraversare il lago della vita, svolgere attività utili a lui e agli altri.

Prima azione di Mwana Bwato: identificare i bambini della scuola elementare e media, che non hanno finito l’anno scolastico a causa della povertà delle loro famiglie, incapaci di pagare le tasse scolastiche. Con il sostegno a distanza del Centro Don Bosco, l’Associazione è stata in grado di aiutare i genitori di 25 bambini a pagare i loro debiti verso la scuola. I bambini non hanno un abito pulito, non hanno tutti i quaderni, capita che l’uno o l’altro svenga in classe per la fame, ma fanno di tutto per finire l’anno scolastico ed essere promossi.

 

STORIE DI BAMBINI DI BUKAVU

Arhusima Lwaboshi

Arhusima è nato nel 2006, secondo di 5 figli. Ha un fratello più grande, due fratelli e una sorella più piccoli. Vive a Mufuma/Mbobero, una zona periferica della città di Bukavu. Suo padre è morto due anni fa. Sua madre sta in giro tutto il giorno a vendere frutta: riesce così a guadagnare solo ciò che basta per mangiare un giorno dopo l’altro. Non riesce invece a pagare le tasse scolastiche per i suoi figli. A causa di questo, durante l’anno scolastico 2015-2016 Arhusima ha frequentato la scuola in modo irregolare, lo rimandavano continuamente a casa. Aveva cominciato ad andare in giro con i bambini del suo quartiere a vendere sacchetti di plastica al mercato. All’inizio dell’anno scolastico 2016-2017, sua madre è venuta a chiedere aiuto al Centro Don Bosco di Bukavu, che ha accettato di prendersi a carico le tasse scolastiche del bambino. Arhusima ha frequentato quest’anno la 5a elementare. Secondo la testimonianza del suo insegnante che abbiamo incontrato, è uno studente regolare e studioso.

 

Samuel Wasso

Samuel è nato nel 2004, è il primo figlio dei suoi genitori, che hanno avuto poi due gemelli. Abita nel quartiere Maria Kachelewa a Bukavu. Sua madre è senza una gamba. Ha vissuto con un uomo che non l’ha mai sposata. Quando lei aspettava i gemelli, il “marito” ha preso il volo verso una destinazione sconosciuta e non ha più dato segni di vita. La mamma si è ritrovata sola: passa la giornata al mercato a chiedere l’elemosina e a cercare qualcosa da mangiare per i suoi bambini. Dato che non ha contratto neppure il matrimonio tradizionale, i suoceri non riconoscono i bambini. Per questo, Samuel è arrivato fino in 5a elementare, poi ha lasciato la scuola per la strada, è rimasto un anno senza fare nulla. Sua madre è venuta a chiedere aiuto al Centro Don Bosco. Abbiamo deciso di sostenere le sue tasse scolastiche. Samuel ha ripreso la quinta elementare con la speranza di essere promosso.

 

Solange Nabintu Cimusa

Solange è nata il 9 dicembre 1999, quinta di 6 figli. Ha tre sorelle e un fratello più grandi e una sorellina. La famiglia risiede a Karhale-Nkafu, un quartiere di Bukavu. Per vari anni, il padre di Solange ha lavorato da minatore nel Burega, guadagnava un po’ di soldi che mandava alla moglie per il cibo e la scuola dei bambini. Poi è diventato diabetico, non ha più la forza per fare lavori pesanti. È stato ricoverato a lungo all’ospedale di Walungu, ma senza miglioramenti. Non può lasciare l’ospedale, che lo tiene in “ostaggio” finché non trova i soldi per pagare le cure che ha seguito. La famiglia di Solange fa fatica a sopravvivere, con il padre malato e la madre senza lavoro. I figli non vanno più a scuola.

Solange era già in 3a ragioneria, avrebbe dovuto lasciare la scuola. Si è presentata al Centro Don Bosco a chiedere aiuto. Dopo inchiesta, abbiamo deciso di pagare una parte delle tasse scolastiche, l’altra parte è a carico di parenti della ragazza. Solange frequenta regolarmente la scuola e spera di poter passare in 4a ragioneria.

 

Sara Kitumaini

Sara è nata il 23 dicembre 1996, abita nel quartiere Nyamugo di Bukavu. Ha quattro sorelle e un fratello: non vivono insieme, ma dispersi in casa di vari parenti. Sara vive con la madre, non ha conosciuto suo padre morto poco dopo la sua nascita. La famiglia vive in una situazione di miseria: la mamma vende canna da zucchero e durante le vacanze Sara aiuta la amdre in questa piccola attività. Quello che guadagnano non è sufficiente per il cibo, la scuola e le altre necessità. Inoltre, abitano in una casa appartenente alla parentela, che minaccia regolarmente di cacciarli fuori. Sara ha frequentato alcuni anni di scuola elementare, non è arrivata alla fine, ancora una volta a causa della povertà. Per vari anni non ha fatto nulla, poi ha potuto iscriversi in un Centro di Recupero Scolastico (CRS), dove è stata in grado di preparare e superare il TENAFEP (Test Nazionale di Fine Scuola Primaria). Lei avrebbe voluto continuare a studiare. La madre ha cercato l’aiuto del Centro Don Bosco, che ha iscritto la ragazza al corso di taglio e cucito del Centro Nyota. Si è aggiunta poi una difficoltà imprevista: Sara e sua madre frequentano la Chiesa Avventista del 7° giorno, che proibisce ai suoi membri di lavorare il sabato (è come la loro domenica). Ma al Centro Nyota si fa scuola anche il sabato mattina, e non si ammettono eccezioni. Abbiamo trovato un compromesso: Sara è stata trasferita al Centro CAPA (protestante) dove non si lavora il sabato. Continua la sua formazione da sarta. Spera di imparare il mestiere, e di poter così aiutare sua madre.

 

Storia di Mamma Teresa

Papa Francesco ha più volte invitato le parrocchie d’Europa ad ospitare almeno una famiglia di rifugiati. Il 22 aprile scorso, al termine della celebrazione per i nuovi martiri, ha detto: Se l’Italia ospitasse due migranti per comune ci sarebbe posto per tutti.

Senza averlo cercato, da incontri casuali, sono stato spinto a rispondere all’invito di Papa Francesco.

Alla porta del Centro Don Bosco di Bukavu vengono a bussare tutti i tipi di persone bisognose. Perché da noi? Si è diffusa la voce che “là aiutano.” Ovviamente, non siamo in grado di soddisfare tutte le richieste, non ne abbiamo i mezzi. In generale, noi li rimandiamo alla loro comunità cristiana o parrocchiale.

Ma quando una persona sembra avere bisogno di aiuto urgente secondo le nostre possibilità, mandiamo a casa sua un aspirante o un assistente sociale per verificare con i vicini o con il capo della comunità, se il bisogno è reale.

Così, quando Mamma Teresa, una rifugiata ruandese, è venuta a presentare il suo problema, ho chiesto a Lydie, che si occupa dei bambini di Miti, di andare a verificare, dato che vive nello stesso quartiere di mamma Teresa. Lydie è andata, ha visto, e mi ha fatto un resoconto della situazione.

Mamma Teresa è nata in Burundi da padre congolese e madre ruandese. A 6 anni perde il padre e incomincia ad accompagnare la madre in campagna. A 8 anni torna con la madre in Ruanda, dove hanno continuato a lavorare nei campi. Mamma Teresa non è mai stata a scuola. A 14 anni, una donna ruandese sposata con un Congolese la invita ad accompagnarla a Bukavu, ufficialmente per una visita. Ma in Congo, la donna ruandese e il marito la portano da un altro Congolese che la costringe con la forza ad essere sua moglie. Mamma Teresa dice che non ha più rivisto sua madre. Per fortuna, la sua suocera ha pietà di lei e l’aiuta a resistere nella sua casa, perché il marito era un uomo violento. Hanno avuto 9 figli, 3 sono morti in tenera età. Nel 2007, il marito l’ha abbandonata, lasciandola con 6 figli. Per sopravvivere, ha dovuto arrangiarsi e incominciare una piccola attività commerciale. In seguito ad una malattia, il suo piccolo capitale si è prosciugato e come altre donne ha iniziato a portare sacchi di sabbia sulla schiena per la costruzione di case (a Bukavu, moltissime case sono costruite su pendii ripidi, per accedervi non ci sono strade carrozzabili, ma solo sentieri stretti; se uno vuole costruire deve portare cemento, sabbia e persino l’acqua a dorso d’uomo - o piuttosto di donna). Mamma Teresa ha fatto questo lavoro per qualche anno, poi si è ammalata e quindi non è stata più in grado di lavorare, di pagare l’affitto di casa e le tasse scolastiche per i suoi figli. I tre ragazzi più grandi sono partiti in cerca del padre. Mamma Teresa è rimasta con due ragazze, Marcelline di 12 anni e Jeanne di 10, e con un bambino handicappato di 8 anni, ammalato pure lui. Quando è venuta a chiedere aiuto perché non aveva più la forza di trasportare la sabbia, passava la notte in una piccola baracca aperta, vicino al porto, dove durante il giorno delle donne commercianti vendevano l’alcol indigeno. Le sue due figlie, che avevano appena finito le elementari, erano diventate “Maji-muhogo’’ (acqua - manioca): è il nome che si dà alle bambine che raccolgono bottiglie di plastica di acqua minerale, le riempiono con acqua di rubinetto, e le portano alle donne che vendono al mercato; ricevono in cambio alcuni pezzi di manioca arrostita o 50 o 100 franchi congolesi (meno di 10 centesimi di Euro, è sempre meglio di niente). Quando Lydie è venuta a dirmi tutto questo, mi sono detto che dovevo rispondere all’invito di Papa Francesco e accogliere questa famiglia, non da noi (non abbiamo posto), ma metterla progressivamente in condizioni di prendersi a carico di se stessi. Ciò ha significato aiutarli ad affittare una camera, mettervi due materassi, far curare la mamma e il figlio handicappato, darle una piccola somma perché potesse iniziare a vendere fagioli, cercare una scuola per le due ragazze. La direttrice del Centro Nyota ha accettato di iscriverle al primo anno di taglio e cucito, nonostante il ritardo (il corso era già iniziato da due mesi) e l’età. Le due ragazze - le più piccole della loro classe - sono state promosse agli esami del 1° semestre (nel febbraio 2017), in classifica Marcelline era quinta.

È la piccola storia di una famiglia come tante altre. La responsabile del Centro Ekabana, una casa che accoglie bambine accusate di stregoneria, mi diceva che a Bukavu ci sarebbero 1300 bambine Maji-muhogo, e molte altre ragazze e ragazzi vulnerabili che sono intelligenti e desiderosi di studiare, ma non hanno i soldi per andare a scuola. Girano per le strade o al mercato per vendere sacchetti o acqua, con tutti i rischi di questa situazione.

 

STORIE DI RAGAZZI DEL CENTRO DON BOSCO DI BUKAVU

Malabe Sabiti, un ragazzo di strada

Malabe è nato nel 1998 a Goma. Sua madre muore quando lui ha 5 anni. Suo padre si risposa, ma la seconda moglie non accetta il bambino, che finalmente decide di lasciare Goma per venire a Bukavu. Qui entra a far parte di un gruppo di ragazzi senza domicilio fisso che per sopravvivere passano la giornata in strada a lavare macchine. Malabe è andato a scuola fino in seconda elementare. Quando nel settembre 2015 il Centro Don Bosco inizia ad accogliere i ragazzi di strada o in strada per la scuola dei mestieri, Malabe si iscrive. Dato il suo livello, gli chiediamo di seguire due mesi di alfabetizzazione. Alla fine facciamo passare un test e Malabe è orientato nella sezione della falegnameria. Di giorno frequenta regolarmente la scuola, a mezzogiorno mangia polenta e fagioli con gli altri apprendisti. La sera torna in strada per cercare cibo o soldi e un posto di fortuna dove passare la notte. Due mesi prima della fine dell’anno non viene più a scuola e evidentemente alla fine è bocciato.

Visto il suo coraggio e riconoscendo che la strada non è un ambiente favorevole per lo studio, gli abbiamo dato la possibilità di riprendere l’anno di formazione in falegnameria e l’abbiamo accolto come interno con altri tre ragazzi di strada o venuti dal carcere dei minorenni: seguono i corsi teorici e pratici, vivono con il gruppo di aspiranti, mangiano, giocano, lavorano con loro ... In questo nuovo contesto, Malabe è cambiato, non ha più l’aspetto di un ragazzo di strada, è sempre pulito. È diventato più stabile, si vede che tiene alla sua formazione. Svolge con senso di responsabilità le piccole occupazioni che gli affidiamo. Partecipa regolarmente alla preghiera con gli aspiranti e ha espresso il desiderio di ricevere il battesimo. Dal punto di vista scolastico, agli esami del 1° semestre è stato il primo della sua classe di falegnameria con 72,5%. Al termine della formazione, se come probabile è promosso all’esame ufficiale di fine corso, Malabe farà tre mesi di stage e cercherà, con l’aiuto dell’Ufficio del lavoro del Centro Don Bosco, di essere assunto nella bottega di un falegname. Nel frattempo, un assistente sociale del Centro Don Bosco cercherà di trovare la sua famiglia a Goma, per vedere se accetteranno di accogliere di nuovo Malabe trasformato.

 

Ishara Byabule, un ragazzo di strada

Ishara è nato nel 1998, sesto di nove figli, 6 maschi e 3 femmine. Due sono già sposati, una è una ragazza madre. Il padre ha completamente abbandonato la famiglia, si è risposato ed è andato a cercar lavoro non si sa dove. I bambini sono rimasti a carico della madre, che per vivere trasporta sacchi sulla testa o sulla schiena. Riesce così a pagare le tasse scolastiche per i tre bambini più piccoli. Ishara si era preso in carica da solo, dopo la scuola vendeva giocattoli per strada, ma nel secondo anno delle medie, un incidente gli ha fatto perdere il suo piccolo capitale e il ragazzo ha dovuto lasciare la scuola e passare la giornata in strada. La sua famiglia vive a Ciriri (sulla montagna a un’ora e 20 a piedi dal Centro Don Bosco), in una casa con pareti di fango che rischia di crollare.

Ishara fa parte del primo gruppo di ragazzi della strada che si sono iscritti per l’alfabetizzazione e l’apprendimento di un mestiere. Dopo due mesi di recupero scolastico e un test, è stato orientato in falegnameria. Con molto coraggio, è arrivato alla fine dell’anno di formazione, ha ottenuto il brevetto e ha completato lo stage di 3 mesi. Attualmente è stato accettato da un falegname che ha una buona esperienza e che ha aperto una piccola bottega di quartiere. Ishara riesce già a fare varie cose, incomincia a guadagnare qualche soldo: può comprarsi vestiti e contribuire alla vita della famiglia.

Il Centro Don Bosco continua ad accompagnarlo, lo sta formando alla gestione razionale del suo piccolo reddito. Ishara incomincia a pensare a un progetto per il futuro.

 

Pascal Kamungu, ragazzo in conflitto con la legge

Pascal ha 17 anni. È nato a Kavumu, un grande centro a 30 km a nord di Bukavu, dove c’è l’aeroporto della città. È il secondo ragazzo della famiglia, ha un fratello grande, due sorelle e un fratellino. Tutti questi bambini hanno la stessa madre, ma non lo stesso padre. Il padre di Pascal è andato nella foresta da diversi anni senza lasciare indirizzo. Sua madre è una contadina che va a coltivare i campi degli altri ma non guadagna abbastanza per pagare le tasse scolastiche dei suoi figli. Pascal è arrivato fino alla seconda media, e poi ha dovuto lasciare la scuola, come tutti i suoi fratelli e sorelle. Per tre o quattro anni, Pascal ha accompagnato la madre in campagna, passava anche il tempo in strada con alcuni amici. Un giorno uno dei suoi compagni ha rubato 20 dollari a un signore e poi è scappato. Pascal è stato accusato di complicità, è stato arrestato e portato nella sezione speciale per minori in conflitto con la legge annesso alla prigione centrale di Bukavu, dove ha trascorso 10 mesi senza processo. Là ha incontrato il Salesiano coadiutore Domingo e gli aspiranti del nostro Centro che ogni domenica partecipano alla messa celebrata per i minori all’interno del carcere. Recentemente, una delegazione del governo venuta da Kinshasa ha esaminato il caso di Pascal e lo ha liberato. Pascal ha solo attraversato la strada e si è presentato al Centro Don Bosco, dove è stato accolto nell’internato. Dato che eravamo già a metà dell’anno scolastico, Pascal è stato ammesso provvisoriamente tra gli apprendisti della falegnameria, aspettando l’anno 2017-2018 in cui seguirà il programma completo di formazione professionale.

 

Janvier Ngaboyeka, un ragazzo perso e ritrovato

Janvier è nato il 6 gennaio 2000, è il 4° di 8 figli, 5 maschi e 3 femmine. La famiglia vive a Katana/Bidagara, a circa 50 km da Bukavu. Janvier ha finito la scuola primaria, poi ha lasciato la sua famiglia all’età di 12 anni, è arrivato a Bukavu, dove ha cominciato a vivere in strada. Ogni tanto tornava a casa un paio di giorni, ma poi non ci è più andato. Ha adottato la vita di un vero ragazzo di strada, che passa la notte nei cinema o nel mercato. Alla sua famiglia un giorno è arrivata la notizia che Janvier sarebbe stato ucciso come un animale. I genitori di Janvier sono entrambi in vita: il padre vive a Fizi, a più di 200 km da Bukavu, la madre è stata lasciata sola ad occuparsi dei figli, si arrangia come può per sopravvivere. È stata malata per 4 anni, di recente ha subito un intervento ospedaliero.

A Bukavu, nel gennaio di quest’anno, Janvier ha scoperto il Centro Don Bosco, ha cominciato a venire da noi, si infiltrava tra gli altri ragazzi per mangiare a mezzogiorno, per lavarsi, per giocare ... In serata ritrovava la strada e passava la notte in una macchina di un garage vicino al Centro. Finalmente ha chiesto di poter abitare da noi e di imparare un mestiere. L’abbiamo prima osservato, l’assistente sociale ha parlato a lungo con lui, e infine il 19 aprile lo abbiamo accolto. Quando abbiamo visto che si è stabilizzato, a fine maggio un assistente sociale ha visitato la famiglia a Katana. La madre di Janvier è saltata di gioia perché pensava che suo figlio fosse già morto, erano due anni che Janvier non si faceva vedere. Lei è pronta ad accoglierlo dopo la sua formazione nel 2018, e ha promesso di fargli visita ogni tanto al Centro. Per ora, Janvier è stato inserito in falegnameria, in attesa di entrare in settembre nel ciclo normale di formazione professionale.

 

CONCLUSIONE PROVVISORIA

Durante l’anno scolastico 2016-17, il Centro Don Bosco, attraverso il sostegno o l’adozione a distanza, è stato in grado di pagare le tasse scolastiche di oltre 200 bambini/e e ragazzi/e vulnerabili, di strada o in strada. Abbiamo iniziato ad accogliere i minori in conflitto con la legge che il presidente del Tribunale per i minori di Bukavu affida al Centro Don Bosco o che hanno passato qualche mese in una sezione speciale della prigione centrale di Bukavu (di fronte al Centro Don Bosco). In sostanza, vogliamo applicare il sistema preventivo che don Bosco ci ha lasciato in eredità per l’educazione dei ragazzi vulnerabili: è meglio togliere i bambini dalla strada, accoglierli e educarli in modo che non entrino in conflitto con la legge a causa della disoccupazione o del vagabondaggio. L’educazione è il modo più efficace per ridurre il numero dei ragazzi di strada (e di ridurre la delinquenza giovanile) e il numero dei bambini soldato, e, infine, per rendere più sana la società di domani.

 

È il nostro progetto: la solidarietà Nord-Sud ci permette di sognarlo, la vostra generosità ci permette di realizzarlo!

Grazie.

 

Bukavu, 29 giugno 2017

Don Piero Gavioli